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 Tutto in una nube.....
Postato il Mercoledì, 29 novembre @ 13:35:01 CET di Gianluca_Sanfratello

”La nube” di P.B. Shelley


La prima poesia che ci ha segnalato un nostro redattore per inaugurare la rubrica è “La nube” di Percy Bisshe Shelley.
L’autore, inglese e del XVIII° secolo, benestante, ebbe vita, ahimè breve ma ricca di eventi e dedicata alla letteratura.Figlio di un parlamentare conservatore, abbandonò l’Inghilterra (non era amato per le sue tesi filosofico-politiche considerate eccessivamente rivoluzionarie per l’epoca), per andare in Italia, ove morì, ironia della sorte, annegato, a 29 anni, in seguito ad un naufragio, a largo di La Spezia, dovuto alle cattive condizioni del mare al ritorno da una gita in barca.


Che un sito di meteorologia si occupi, oggi, della sua poetica è veramente uno scherzo del destino.Ma veniamo al testo di questa poesia: “La nube”


Io porto freschi rovesci per i fiori assetati, Dai mari e dai ruscelli; Ombra leggera genero per le foglie quando giacciono Nei loro sogni di mezzogiorno. Dalle mie ali son scosse le rugiade che risvegliano Tutti i dolci germogli Cullati, addormentati sul petto della madre Mentre lei danza attorno al sole. Io maneggio la frusta della grandine devastatrice, E imbianco le verdi pianure di sotto, E poi di nuovo la dissolvo in pioggia, E scoppio in una risata quando mi faccio tuono. Io spargo la neve sulle montagne sotto di me, I loro grandi pini gemono di stupore e terrore, E tutte le notti è bianco il mio cuscino Mentre dormo tra le braccia del turbine. Alto sulle torri delle mie celesti dimore Siede il fulmine mio pilota; In una caverna è messo in ceppi il tuono, E lotta e urla convulso; Sopra la terra e l'oceano, con moto gentile, Mi guida il mio pilota, Lusingato dall'amore dei genii che muovono Nelle profondità del mare di porpora; Sui ruscelli, e le rocce scoscese, ed i colli, Sui laghi e le pianure Dovunque lui sogni, sotto una montagna o un fiume, Lo Spirito ch'egli ama rimane; Ed io mi godo intanto il tepore nel sorriso blu del cielo Mentre si dissolve in pioggia. L'alba sanguigna, con i suoi occhi di meteora, E le sue ardenti piume sparse, Salta sulla mia schiena veleggiante, Quando la stella del mattino brilla morente; Come sullo spuntone d'una roccia montana Che un terremoto scuote e fa oscillare, Un'aquila discesa può posarsi Un momento nella luce delle sue ali dorate. E quando il tramonto sospira, dal mare illuminato di sotto, I suoi ardori d'amore e quiete Ed il mantello cremisi della sera può scendere Dalle profondità del cielo, Con ali piegate io resto nel mio aereo nido, Ferma come una colomba che cova. Quella rotonda fanciulla, carica di fuoco bianco, Che i mortali chiaman Luna Scivola scintillando sulla mia superficie, Che un vello pare, increspato dalla brezza di mezzanotte; E dovunque il posarsi dei suoi piedi non visti Che solo gli angeli odono, Ha rotto la trama del sottile tetto della mia tenda, Le stelle spiano da dietro e appaiono; E io rido nel vederle roteare e volare, Come uno stormo d'api d'oro, Quando allargo lo strappo nella mia tenda fatta di vento, Sinché i calmi fiumi, i laghi e i mari, Come strisce del cielo cadute attraverso me Son tutti pavimentati di luna e di stelle. Io lego il trono del sole con un'ardente cintura, E la luna con una collana di perle; Scuri i vulcani, e le stelle vacillano e nuotano, Mentre il turbine dispiega la mia bandiera. Da capo a capo con la sagoma d'un ponte, Sopra un mare torrenziale, Non toccata dai raggi, resto sospesa Come un tetto che ha montagne per colonne. L'arco trionfale sotto cui marcio Con uragani, fuochi e neve Quando le Potenze dell'aria sono incatenate al mio trono, è l'arco dai milioni di colori; Il fuoco della sfera tesse i suoi soffici colori, Mentre al di sotto la terra umida ride. Io sono la figlia della Terra e dell'Acqua, La figlia di latte del Cielo; Io passo per i pori dell'oceano e delle rive; Io cambio, ma non posso morire. Dopo la pioggia quando è senza macchia E nudo il padiglione del cielo E i venti e i raggi convergono a edificare La cupola azzurra dell'aria, Sommessa rido al mio cenotafio, E fuori dalla caverna della pioggia, Come un bimbo dal grembo, come uno spettro dalla tomba, Io sorgo e la demolisco ancora.


Il poeta si immedesima nella nube, la personifica. Ne nasce una sorta di onnipotenza della stessa, che riflette lo stesso atteggiamento di onnipotenza che caratterizza il progetto poetico dell’autore, teso a recepire l’armonia dell’Universo attraverso anche le manifestazioni naturali.
Ecco che quindi la nube diventa il centro delle manifestazioni naturali e si pone, come il sole in un sistema “solare” all’origine di una struttura meravigliosa, bella ma anche terribile e devastante.
Di volta in volta la nube è rovescio, ombra, maneggia la frusta della grandine, imbianca le pianure, poi dorme tra le braccia del turbine.L’immedesimazione tra la nube ed il carattere poeta è totale: la nube è sicura di sé , quasi strafottente (scoppio in una risata quando mi faccio tuono; mi godo intanto il tepore nel sorriso blu del cielo; le stelle spiano da dietro ed appaiono ed io rido nel vederle roteare e volare come uno stormo d’api d’oro), la nube non fa parte dei mortali (quella rotonda fanciulla…che i mortali chiaman Luna), e non soggiace alle leggi dei mortali, ma anzi le condiziona, e la nube è all’apice ed al comando delle stesse forze meteorologiche (mentre il turbine dispiega la mia bandiera…resto sospesa come un tetto che ha montagne per colonne; L’arco trionfale sotto cui marcio con uragani fuochi e neve quando le Potenze dell’aria sono incatenate al mio trono è l’arco dai milioni di colori).
L’entusiasmo, la rivoluzionarietà, l’essere sopra le righe, tratti molto forti del poeta, si trasferiscono nella nube ed egli passa in rassegna buona parte degli eventi meteo, descrivendoli in maniera fantastica quasi un festival delle manifestazioni meteoriche, con accenti posti su luci, colori e dinamismo.
Ma dov’è che la poetica di Shelley in quest’opera raggiunge il massimo della profondità?
Probabilmente nell’evocare il concetto di ciclicità, che ben si allinea al susseguirsi delle stagioni e che dà un senso alla sequenza vita-morte-vita.
Shelley è toccante in questi versi (Io sono la figlia della Terra e dell’Acqua…io passo per i pori dell’oceano e delle rive, io cambio ma non posso morire), così come nell’efficacissima chiusura del lungo componimento: “E fuori dalla caverna della pioggia, come un bimbo dal grembo, come uno spettro dalla tomba, io sorgo e la demolisco ancora”.
Qui oltre all’inevitabile accenno alla letteratura gotica (la tomba e lo spettro – ma non dimentichiamoci che sua sorella scrisse il celebre Frankstein proprio influenzata dal suo interesse per questo genere)vi è la ciclicità della nube che altro non è che la ciclicità dell’acqua che in ultima analisi rende possibile la vita sulla terra.In questo rigenerarsi c’è il senso della visione cosmica di Shelley.
Avrete certo compreso quante cose si possono dedurre da una poesia dedicata ad una nube
.
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